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Attentato a Manchester: ancora paura per il mondo dei live

 Sale a 22 il numero delle vittime che, la sera del 22 Maggio 2017, hanno perso la vita al Manchester Evening News Arena, dopo aver assistito allo show di Ariana Grande. La reazione della cantante americana? “Distrutta. Dal profondo del mio cuore, mi dispiace così tanto. Non ho parole.”

“Le regole del terrore non sono casuali: quei ragazzi celebravano qualcosa di meraviglioso, la grandezza immacolata di una rivoluzione di passione e libertà che ci ha cambiato la vita e che chiamiamo musica. Per questo è necessario tenere accesi i palchi e non abbassare il volume, perché morire vuol dire anche smettere di sognare e di sperare. E’ importante difendere il bello e il buono che ci tiene in piedi. La musica non si deve fermare!”

Correva l’anno 2015 quando l’European Tour di Tiziano Ferro iniziava così, con un intro diverso dal solito, una platea buia – illuminata solo dagli smartphone – e un audio messaggio che riecheggiava forte e chiaro. Un inno di pace, un monologo nato dopo l’attentato del 13 Novembre al Bataclan di Parigi, che costò la vita a 137 innocenti. Un momento musicale che doveva far riflettere e creare solidarietà. Una solidarietà che, però, non è durata a lungo.

Questa notte, infatti, si è consumata un’altra strage, dove un uomo ha provocato, per cause sconosciute, tanto panico e dolore. L’unica grande differenza rispetto all’attentato parigino è il luogo d’assedio: non più una piccola sala concerti con una capienza di 1500 posti, ma una vera e propria arena, il Manchester Evening News Arena, la seconda struttura indoor più grande d’Europa che ospita 21.000 uditori.

Che sia stata una bomba farcita di chiodi o un attentatore suicida poco importa quando il bilancio delle vittime sale a 22 morti e 59 feriti. E non importa neanche se quei giovani volevano assistere al concerto di Ariana Grande piuttosto che dei Coldplay, The Rolling Stones o di Elton John. Quei ragazzi erano lì per una causa comune, una passione che li ha uniti in una grande famiglia: volevano trascorrere solo due ore in spensieratezza e tornare a casa col cuore pieno di gioia, dopo aver visto/sentito il proprio idolo.

Solo chi ha partecipato a un concerto, almeno una volta nella vita, può comprendere il dolore di chi, come me, vorrebbe vivere di musica: è un momento di grande festa, un evento che pianifichiamo per lunghi mesi. Dalla scoperta della data, alla corsa contro il tempo per “accaparrarci” i posti migliori, al download dell’app per il countdown. E, ancora, dalla prenotazione dei voli e hotel, alla notte davanti ai cancelli – da passare, rigorosamente, nei sacchi a pelo, sfidando il freddo e la fame – fino ad arrivare all’ultimo giorno, il più importante, il più lungo, da vivere sotto il sole rovente o la pioggia scrosciante. Tutto questo per un solo scopo: assicurarci quella transenna, la prima fila tanto voluta. E, una volta dentro, non desideriamo altro che poter sfiorare le mani dell’artista o incrociare il suo sguardo.

Un concerto, però, è una lunga attesa che non si vive in solitudine: la si consuma parlando, innalzando dei cori o ripassando l’intera discografia. Grazie a un artista si possono creare legami virtuali che, nella maggior parte dei casi, diventano reali proprio in occasione dei live: persone diverse (che si riscoprono più simili del previsto) si conoscono, si confidano e, infine, lavorano insieme alle fan action. Perché si, il compito dei fan è quello di accogliere l’artista e farlo sentire a casa e quale migliore occasione per celebrarlo e ringraziarlo se non questa? Ringraziarlo per essere parte integrante della loro vita.

Stiamo parlando, quindi, di gente comune, di giovani ragazzi che, probabilmente, avevano già pianificato un futuro. Forse una vacanza, un percorso universitario o un altro live a cui partecipare. Ma di loro, purtroppo, non ci rimane altro che una triste realtà, un boccone amaro difficile da mandare giù, un’ingiustizia che non doveva verificarsi. Non a loro, non in un palazzetto.

Che male avevano fatto per meritarsi tanta sofferenza? Potevano trascorrere una vita lunga e spensierata, eppure il destino è stato beffardo. Forse, questi giovani ragazzi, avevano solo una “colpa”: provare un amore incondizionato per il proprio idolo, una passione che hanno dovuto pagare a caro prezzo a causa di una mente diabolica.

Quello che mi fa riflettere e tremare non è tanto la consapevolezza del “sarei potuta esserci io al posto loro”, quanto il pensiero che un uomo sia in grado di distruggere, senza una vera spiegazione, una delle cose più belle e pure che ci siano rimaste. La musica, i live, le amicizie.

E’ impensabile comprare un biglietto e pregare affinché non succeda nulla di grave a te, a un tuo caro o a un membro della “famiglia acquisita”.
Quello che rimane oggi, oltre alla paura e al dolore, sono due interrogativi che rimbombano nella mente di tutti: Perché tanto odio? Fin dove arriveremo?